Antologia critica

Antologia critica

 

Introduzione all’autore

«Se lo spazio è infinito, siamo tutti il centro dell’universo.» (Anonimo)

L’interessante ed intrigante pittura del pregevole artista Stefano Mariani è un’arte di con-fine. Al limite tra sogno e realtà, tra il definito e lo sfumato, ad “un passo” dal buio e ad uno dalla luce. Un viaggio incredibile a la recherche, del significato nel significante, in universi interiori ed esteriori. Eppure, in questi ambienti urbani marginali, abbandonati, dimenti-cati, non visti, non calcolati, il grande assente è proprio l’essere umano. Anche nei casi in cui compare, l’uomo è sempre col volto coperto, per lo più da un ombrello. Il fine dell’arte di Stefano è proprio questo: riportare la presenza nell’assenza, far tornare l’identità nell’anonimato. La luce dell’arte taglia la nebbia, squarcia il velo di Maya che ci ottenebra la vista e ci nasconde la strada della verità. Sotto la coltre di pioggia, al limite del giorno e della notte, l’uomo può ancora essere protagonista, può nuovamente tornare padrone dello spazio. L’artista è convinto che possa bastare anche solo un frammento insignificante, apparentemente meno importante, del mosaico per narrarne lo splendore.

Le opere di Stefano insegnano a rendere l’ordinario straordinario.

 «Se le porte della percezione fossero purificate, tutto apparirebbe all’uomo come in effetti è, infinito.» (William Blake)

 Redazione dal catalogo Bazart - novembre 2020

_______________________________________________________________________________________________________________________________________________________

 

PERCEPIRE NON GUARDARE

Confini 2020

Il mio lavoro è incentrato sul qualsiasi, l’ordinario, il non apparentemente estetico. Rintraccio questo negli spazi che viviamo quotidianamente, nell’indefinito dell’esperienza quotidiana alla quale non poniamo attenzione.

Nella serie CONFINI del 2020 la luce è al centro dell’attenzione. Il soggetto-luogo è neutro, non descritto analiticamente  ma visto e vissuto come uno spazio definito da luci e ombre protagoniste di una scena che rivela un’essenza nascosta. È l’esperienza dei luoghi qualsiasi, casuali e conosciuti. Non accattivanti e non seducenti; ma disvelati in una semplicità carica di n significato che si può percepire a condizione di sentirsi dentro quel luogo. In altre parole, rappresentare la presenza come uno spazio che parte  dall’io inteso come punto zero della spazialità, vissuto dall’interno; quindi non visto secondo il suo involucro esteriore. Le cose non stanno davanti a noi ma intorno a noi e ci parlano attraverso la luce e l’ombra.

Trovo interessante rendere presenti questi luoghi dell’abbandono, del transito veloce e della noncuranza poiché sono la testimonianza della nostra epoca. Di un’epoca fatta dalla stratificazione di oggetti urbani sedimentati al punto da lasciare appena intravvedere  l’impianto originario, il carattere individuale.

Qui la luce del giorno e le ombre della notte lasciano emergere una poetica dal tono esistenzialista. Proprio lì, nel piccolo frammento, nell’insignificante, nel marginale si concentra l’essere, la nostra collocazione nello spazio e dunque il nostro rapporto con la realtà.

Questo pensiero, se possiamo chiamarlo così, non è un conoscere derivato dalla visione ma un sentire derivato dalla percezione.

Stefano Mariani

Dal catalogo BAZART edizioni Dantebus

giugno 2020


LA CODA DELL’OCCHIO

I soggetti globalizzati del XXI secolo sono posseduti da una fame insaziabile di immagini. Se ne producono e consumano una quantità infinita. Questo comportamento può arrivare a far perdere il controllo e sfociare in quel fenomeno bulimico che viene definito overload images.

Il bisogno di possesso, un tempo riservato ai pochi ricchi, oggi coinvolge democraticamente tutti. Regole compositive rispettate o trasgredite nelle inquadrature fotografiche hanno sicuramente reso l’occhio più attento, grazie anche a sofisticati dispositivi divenuti strumenti per imporre la nostra esistenza al mondo.

Attraverso le macchine diventiamo padroni o burattinai non della dimensione interna, o anima, bensì di quella esterna che definiamo immagine o apparenza. L’esibizione di questa esteriorità può finire fuori controllo ed arrivare a colonizzarci interiormente e così, incatenati allo specchio quanto Dorian Gray al proprio ritratto, vediamo la nostra immagine non più nostra. Rispecchiandoci non ci riconosciamo più poiché manca di verità ma vive soltanto di una passeggera e rapida emozione.

In sé l’estrema facilità di scattare e riprodurre immagini, resa sempre più agevole dalla tecnica, ha sicuramente innumerevoli benefici ma l’infinità riproducibilità espone al rischio di cedere alla tentazione di un uso disonesto o sensazionalistico, comunque distorto.

E poi c’è il mondo parallelo dell’opera unica, dell’opera pittorica, di quel mondo che condivide con la civiltà dell’immagine foto-video-grafica messaggi, intenti, concetti. Le parti si interscambiano nei due mondi, possono vivere in simbiosi o attrarsi e respingersi a vicenda.

La pittura tuttavia non può essere usata per mentire, a differenza della fotografia anche quando questa è vera. La pittura cerca di rivolgersi allo spirito e non esonera da un lavoro psichico. Proietta lo spettatore in uno spazio intimo così come fa la Poesia per la Letteratura.

Ciascun operatore-artista utilizza metodi, strumenti e soggetti propri, come un marchio di fabbrica.

I miei soggetti sono gli ambienti evocati da scenari universalmente noti. Sono i luoghi dove la città si diluisce in frange dal profilo rarefatto, luoghi ibridi dove avvengono transiti e mai soste. Luoghi che vediamo senza attenzione, familiari e al tempo stesso estranei.

Il nostro cervello vede, guarda, scruta ciò che l’occhio capta e trasmette. Le informazioni sono registrate dalla zona centrale preposta alla visione, quella che nel linguaggio tecnico si chiama area retinica, quella del campo visivo in cui ogni cosa viene messa a fuoco chiaramente. Qui risiedono le informazioni più importanti come la direzione, il movimento, il tempo. Più in là si trova la cosiddetta  visione periferica, quella della memoria visiva. Vedo perché ricordo, conosco ciò che non vedo. Ciò che definiamo coda dell’occhio.

Qui risiedono le ombre, il fuggevole come il nostro lato oscuro. È il regno del fuori fuoco, di ciò che si trova accanto e non di fronte. Ed è proprio qui che si trovano le sedimentazioni di trascorsi urbani recenti e già trascurati come se fossero da dimenticare ma con i quali siamo quotidianamente in contatto. Queste sfocature vogliono posizionarsi appena prima della coscienza, della percezione definita e consapevole, ricordano ciò che vediamo con gli occhi socchiusi.

E le cose sono tutte lì, di fronte e di fianco a noi per essere guardate e osservate come per la prima volta con una sensazione di meraviglia.

Semplicemente esistono con un loro ritmo e un loro movimento creato dal disegno delle ombre sull’asfalto o dalla linea luminosa puntiforme  dei lampioni notturni. Risplendono di una quieta bellezza che sarebbe nulla senza l’agitazione del quotidiano da cui  scaturisce.

In questo portfolio sono raccolti i lavori creati con gli intenti sopra descritti e realizzati in un arco temporale di sei anni, dal 2014 al 2019. Le opere selezionate sono accompagnate da alcuni scritti dello stesso periodo. Voglio ringraziare con il cuore gli autori dei testi. Critici d’Arte, Storici  e amici che con indubbie capacità professionali hanno fissato sulla carta il loro pensiero contribuendo allo sviluppo della mia attività pittorica, spero migliorandola.

Stefano Mariani

settembre 2019 Catalogo e Portfolio ArtePadova


OSCURI & APPARENZE

Particolari sono gli aspetti della pittura di Stefano Mariani. Innanzi tutto la rappresentazione di luoghi architettonicamente incombenti, che nascondono qualsiasi orizzonte, privi di verde, che ci proiettano in spazi che possono sembrare palcoscenici teatrali, ma che ognuno di noi riconosce perché appartengono  alla nostra esperienza.

Luoghi anonimi, uniformi, costruttivamente neutri conseguenti al processo che ha portato allo spopolamento delle campagne per nuovi agglomerati urbani frutto di una economia affaristica discutibile. E questi “non luoghi” sono attraversati da figure umane rare, molto spesso solitarie; figure pennellate volutamente con sagome indefinite, con incedere lento, quasi furtivo, in un’atmosfera stranita, svuotata persino dei suoni. Vite di persone che si relazionano sempre meno con le altre, di cui spazi abitativi e nuove tecnologie non fanno che aumentare la incomunicabilità, se non quella virtuale.

Altro aspetto sostanziale, voluto, è l’insistere con delle atmosfere “notturne” dove la luce naturale non esiste più, ma viene sostituita da luminescenze di lampioni stradali, di sottopassi illuminati da bagliori di neon, da insegne vagamente riconoscibili. Questa scelta dei grigi e dei neri mi ricorda la Los Angeles del film “Blade Runner”di Ridley Scott: la città vive 24 ore su 24 sotto una cappa plumbea, umida, pervasa da una pioggerellina fastidiosa, dove il “vario” genere umano si muove indifferente alle solitudini altrui.

L’oscurità ribadita richiama il disagio e la paura del buio che ci portiamo dentro da tempi ancestrali quando, senza la luce del fuoco, nel fondo di una caverna ci si raccoglieva stretti in gruppo senza riconoscerci e ogni rumore, latrato, ringhio, faceva sentire un brivido ad un anonimo coacervo di ominidi.

In questa riflessione così cruda e disincantata sul nostro tempo, la maestria pittorica di Stefano Mariani lascia intravvedere segni di cambiamento. Sono determinati dal colore. E il colore è valenza psicologica: ci son piccole zone rosse che segnalano attenzione allo sguardo, è presente l’ocra che riscalda lo spazio ed è sintomatico di mutazione, e anche il fare gruppo delle persone, apre alla possibilità per l’uomo di ritornare a nuovi rapporti.

Rafaele Bovo

presentazione critica della mostra OSCURI & APPARENZE, Chirignago, Galleria La Piccola, settembre 2019


Stefano Mariani e Stefano Martignago IL SENSO DEL PRESENTE

Quinto di Treviso, Villa Memo Giordani Valeri, 13-21 ottobre 2018

Il progetto espositivo pone in dialogo molteplici visioni sulla contemporaneità.

Stefano Martignago focalizza l'attenzione sulle soggettività umane, prigioniere di auto-isolamenti e colte in attimi di riflessione che lasciano emergere, oltre le vincolanti strutture fisiche, tratti caratteriali e pensieri inespressi, delineando un'indagine psicologica intima delle complessità dell'animo.

Stefano Mariani descrive luoghi urbani e industriali dismessi; un lungo archivio di vedute di metropoli impersonali entro le quali l'essere umano, evocato ma assente, perde la propria identità, annullandosi nello spazio antropico del nonluogo, metafora di solitudini esistenziali. 

Le gamme cromatiche scure (in prevalenza scale di grigi) utilizzate da Stefano Mariani trovano nella pittura di Stefano Martignago, caratterizzata invece da cromie più accese e luminose, una suggestiva antitesi, segnando un simbolico passaggio dal buio alla luce e visualizzando una metaforica speranza di intuire nella moltitudine umana una risposta al perdurante silenzio e all'abbandono dei luoghi sociali. Entrambi gli artisti sviluppano così una ricerca (apparentemente antonimica, in realtà fortemente complementare) rigorosa nei linguaggi della pittura, dei complessi tagli fotografici e delle potenzialità espressive del colore, intesi come elementi comunicanti di sensazioni attraverso le quali coinvolgere emotivamente il pubblico, al fine di instaurare relazioni empatiche tra opera e fruitore e istruire riflessioni sul sé e sull'altro da sé.

Il taglio critico voluto dal curatore della mostra fornisce dunque, muovendo dalle testimonianze pittoriche dei due artisti, una precisa e lucida analisi della società contemporanea e origina una lunga sequenza - descrittiva e riflessiva - delle relazioni sociali e dei luoghi propri delle relazioni, palcoscenici potenziali nei quali ritrovare, oltre le clausure sociali e ambientali, un nuovo senso del presente.

ottobre 2018

Gaetano Salerno


LE CITTÁ SOTTILI

Scorzè (VE) Villa Orsini 9-22 giugno 2018

Così come alcune metropoli immaginate da Italo Calvino, i luoghi urbani raccontati e descritti dalla pittura di Stefano Mariani sono città sottili, duplicemente tangibili e immaginifiche, elementi di un complesso e articolato progetto combinatorio che spinge l’indagine analitica dell’artista (come Marco Polo al cospetto di Kublai Khan), attraverso la materia e oltre il dato puramente materiale, a conferire un senso strutturale al disordine del reale.

Seppur delineate dalla pesantezza d’imponenti agglomerati di cemento - resi maggiormente incombenti dall’utilizzo della grafite diffusa a rimodulare i molti strati di pigmento e a saturare tele prive di spiragli luminosi - le città si ergono sottili e leggere, smaterializzate della gravità oggettuale e del senso della loro presenza da un gesto pittorico che non definisce e non dice, piuttosto evidenzia l’incertezza e lo smarrimento dello sguardo e del pensiero di chi le abita senza viverle, svuotandole quotidianamente del progetto antropico e sociale per il quale sono state create. Luoghi (o nonluoghi) familiari eppure anonimi, riconoscibili eppure impersonali, racchiusi entro l’unica persuasione della loro evidenza, le città si estendono lungo orizzonti occlusi da imponenti e incombenti cattedrali edilizie, tra il monocromo grigiore di una tavolozza controllata dai bianchi e dai neri, e rappresentano palcoscenici teatrali di storie umane parcamente accennate, anch’esse sottilmente descritte, fugacemente accennate dalla presenza di sagome ombrose, abbandonate nell’infinito presente di un incedere pigro, lungo simbolici tragitti lineari e solitari. Sospeso tra distopia e utopia, ciascuno spazio pittorico è lo spazio metaforico delle disgregazioni e degli allontanamenti sociali, la visualizzazione di una condizione esistenziale propria della contemporaneità, determinata dai silenzi e dalle incertezze che impediscono all’uomo di instaurare rapporti simbiotici e significativi con l’altro da sé, con il luogo abitato, con la propria esistenza.

E le figure che Stefano Mariani individua e fugacemente descrive, lasciando il dettaglio identificativo e soggettivante sempre sospeso nell’incompiutezza, sono anime altrettanto silenziose e sole. La pittura stratificata, espansa e diffusa dal gesto dell’artista oltre i confini delle cose, le tonalità mai iperboliche e mai eccessive, relegano questi scenari entro la trama di mondi interiori e intimi dove scenografia (urbana) e coreografia (umana) divengono sequenze narranti di copioni sociali attuati, colti nella loro evoluzione drammaturgica. Le strade di questi impianti ortogonali così precisi e taglienti segnano - accentuati ed esasperati dalle secche e taglienti diagonali che conducono lo sguardo sempre verso (e oltre) un orizzonte possibile ma esterno ed estraneo, negato e precluso da tagli prospettici fotografici (spesso aerei ma) claustrofobici - percorsi catartici da solcare nel silenzio e nella solitudine, strutture labirintiche entro le quali dapprima smarrirsi e poi riconoscersi, dalle quali simbolicamente evadere per rinascere. Ciascuna città, determinata dal vincolo della propria costruzione primariamente mentale, appare dunque sistema autoritario e autoreferenziale; nella visione d’insieme, nella ricostruzione cioè di un macromondo che si genera dall’unione di questi luoghi frammentari e incompleti, emerge però un luogo diffuso, oltre i limiti della visione prospettica e univoca, oltre le quinte e le cimase delle alte mura di fabbricati postmoderni e post-industrial, popolato inaspettatamente da elementi vitali (entità biologiche che nell’ultimo ciclo di lavori dell’artista - Oscuri - prendono forma e consistenza, divenendo apparentemente simbiotici con l’ambiente urbano) destinati, prima o poi, a incontrarsi e riconoscersi, a realizzare il progetto sociale che, abbandonate le molte solitudini e rotte le molte clausure, li condurrà verso una sola moltitudine, un gruppo umano empaticamente coeso.

Nei luoghi dell’abbandono - le gabbie scenografiche progettate dall’artista - dal cui buio emerge conlentezza la presenza umana, è infravisibile una luce di speranza, un tono caldo oltre l’oscurità diffusa e permanente, talvolta un rosso a sconvolgere significativamente gli accordi cromatici, quasi a restituire a ciascun palcoscenico urbano le (necessarie) caratteristiche proprie della sua latente natura identitaria, relazionale e storica, a determinare il passaggio verso lasua condizione definitiva e definita di luogo antropizzato, determinato cioè da azioni e interazioni umane consapevoli.

Attuando una significativa metamorfosi (una nuova forma del dipingere adottata da Stefano Mariani il cui gesto appare maggiormente metamorfico e trasformatorio degli elementi, orientato a soverchiare la staticità della materia, a ridiscutere le rigidità dei precedenti costrutti pittorici) della città (topos divenuto, nell’ultimo segmento di ricerca, archetipo) da non-lieu de l’inconnu a lieu de la connaissance, da luogo dell’anonimato a centro delle identità, da luogo degli smarrimenti a luogo delle esplorazioni, da luogo delle molteplici domande a luogo delle potenziali risposte.

“Le città - ricorda infatti il Marco Polo di Italo Calvino - credono d'essere opera della mente o del caso, ma né l'una né l'altro bastano a tener su le loro mura. D'una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda”.

Gaetano Salerno, presentazione critica della mostra 

Scorzè (Venezia) - Villa Orsini - giugno 2018 


LE CITTÀ SOTTILI 

Come dei moderni Kublai-Khan che risiedono nella città senza però viverla, abbiamo bisogno dell'occhio sensibile dell'artista per riuscire ad osservare la città nella sua essenza.

 

La mostra si articola in tre sale che ospitano quadri la quale realizzazione si dipana in un arco cronologico di più di un decennio dimostrando come l'artista abbia perpetrato nella sua ricerca riguardante l'ambiente urbano per anni.

Un periodo cosí lungo fa sí che possiamo ossevare come la  pittura di Stefano Mariani sia sí mutata, ma non sia mai arrivata a tradire se stessa nei suoi capisaldi principali.

La ricerca pittorico - antropologica dell'artista si concentra sull'ambiente e sulla sua rapida trasformazione in non-luogo.

I non-luoghi soggetto delle tele sono resi in maniera parossistica vista la perizia con la quale sono rappresentati edifici e strade che si mostrano come grandi e possenti portatori di modernità che però sono deboli in quanto svuotati della loro funzione di aggregare la comunità.

Il genere umano è il grande assente dalle composizioni esposte, non perché non venga rappresentato ma perchè è ridotto ad un ombra che popola gli ambienti notturni illuminati dalla luce dei lampioni che lo sovrasta mettendo a nudo la ormai totale subordinazione dell'Uomo al non-luogo urbano.

Stefano Mariani ci mostra nella maniera più cruda possibile il potere più oscuro della città, quello che ci fa più paura sin dall'alba dell'urbanesimo, il potere di annullarci rendendoci delle semplici comparse nello spettacolo senza copione che va in scena nel teatro urbano.

 

Omar Agostini - Mattia Carrain

in occasione della mostra LE CITTÁ SOTTILI

Scorzè (Venezia) Villa Orsini - giugno 2018


TRANSITI, UNO SMARRIMENTO CONSAPEVOLE

Artista dalla solida cultura figurativa e dalle molteplici esperienze nel campo delle Arti Visive. Le sue opere, raccordate dal titolo  TRANSITI, esprimono tutta la difficoltà di relazione dell'uomo contemporaneo con l'ambiente, con i suoi simili e con se stesso. Opere intense che nei colori cupi e nelle linee rigorose rendono visibili le sensazioni provate dall'artista almeno dal 1991, anno della prima citazione critica scritta da Marco Franceschetti e inserita nel catalogo composto in occasione della prima mostra personale. Un percorso, un passaggio attraverso le trame della vita e dei pensieri che per Stefano Mariani è sempre risultato consapevolmente fugace, transitorio, appunto. Fatto di incontri-scontri, di paesaggi urbani umidi e desolati in cui le tracce della vita sono limitate a rade luci giallastre, al reticolo definito da neri tralicci che, con la loro geometrica essenzialità, diventano la struttura stessa della composizione, la dimensione della percezione visiva di città che non accolgono, che nascondono, limitano, impongono il silenzio, costringono all'isolamento. Città che non accettano i sogni e che respingono gli uomini a cui non resta che urlare dietro i vetri, ombre nel grigio di spazi che sfuggono, in cui la memoria non ha più valore, non trova risposte, non ha lasciato e non lascia tracce Uno smarrimento che nella pittura di Mariani è diventato sempre più consapevole, sempre più profondo, reso acuto dai segni incisivi e netti che lasciano i suoi pennelli dalle campiture sempre più precise dei suoi colori. Pochi, essenziali che trovano nei toni dei neri, grigi, rossi e ocra i timbri preferiti per un linguaggio cromatico che, messo a punto in anni di attività, ora comunica senza sbavature pensieri ed emozioni, concetti etici e filosofici.

 

I transiti di Mariani avvengono in paesaggi urbani dove la rapidità del paesaggio è resa tangibile dai contorni sfocati dei punti luminosi, come se fossero le luci di una fermata di metropolitana percepite da un treno in corsa che non si ferma perchè non ha scali, non ha meta, in uno spazio  e in un luogo senza tempo e senza storia. C'è solo il presente, affannoso e continuo in cui Stefano Mariani  come davanti a uno specchio, prova le mosse da attuare per coprire il volto (suo e dell'umanità) per far sì che le mani non siano solo filtri dietro i quali nascondersi ma possano permettere a lui e agli uomini  di vedere, di guardare oltre al buio, di operare e trovare la forza per azionare il segnale di allarme, per costringere il treno ad effettuare una fermata in un luogo dove incominciare a vivere e sognare.

 

Emiliana Mongiat

in occasione della mostra TRANSITI galleria Castello Visconteo Sforzesco – Galliate 2014

Corriere di Novara, 31 luglio 2014


LO SPECCHIO DEL TEMPO 

Nel lento e meditato passaggio da una serie pittorica all’altra, Stefano Mariani ha trasmesso all’osservatore la costante emozione di un fare artistico sempre fondato su un’inesauribile volontà di ricerca tecnica che immancabilmente giunge a livelli d’eccellenza. L’elaborazione alquanto preziosa e solo apparentemente semplice della prima serie dei “Limiti di transito” poteva trarre in inganno chi avesse guardato a quei quadri con superficialità: l’aspetto elementare era inversamente proporzionale alla complessità d’impasto e di stesura così da permettere all’autore di ottenere le magiche atmosfere di sospensione che calibravano ricordi metafisici con immagini di architettura industriale ottocentesca, tecnologia con aspetti arcaici. Il tema urbano si è poi evoluto con le concrete vedute di periferie e strade, di gallerie e ambienti più marcatamente metropolitani e attuali: qui trionfava un uso decisamente contemporaneo dell’antica e sapiente tecnica delle velature di colore quasi trasparente, cosicché le immagini sembravano fuggevoli e come viste grazie ai riflessi su un vetro (di automobile, della vetrina di un bar per nottambuli?) o attraverso la pioggia. Questi temi fortemente urbani oggi vivono un’ulteriore evoluzione che dall’uso insistito dei grigi poetici e metallici ha visto la tavolozza virare progressivamente verso i gialli spenti e acidi dei lampioni notturni o dei neon.

Le superfici di questi quadri si offrono agli sguardi con i segni evidenti dei passaggi di pennello, risultando quasi screziate se non ferite. Alle volte il rilievo improvviso, asimmetrico e continuamente interrotto, è invitante e sembra spingere a un’esperienza anche tattile oltre che visiva. Il coinvolgimento si fa totale e le forme che popolano il mondo virtuale del campo pittorico sembrano invadere lo spazio della realtà nostra: che tali presenze siano poi da leggere come minacciose, inquietanti o invitanti, questo è, di volta in volta, un problema di chi guarda e non di chi dipinge.

Ma non di sola tecnica ci parlano questi quadri, perché c’è un aspetto davvero importante e che colpisce ancor di più. Dopo anni di architetture e scorci urbani desolati e praticamente deserti, anche trionfa la presenza umana. Volti dai tratti marcati e che si impongono con la loro non scontata bellezza occupano tutta la superficie del quadro. Verrebbe da pensare che finalmente vediamo chi avrebbe potuto popolare le periferie dipinte da Mariani negli anni precedenti. È un’umanità forte e ferita allo stesso tempo, che negli sguardi e nelle pose è perfettamente coerente alla stesura del pigmento caratterizzata da improvvise coagulazioni o da laceranti scarificazioni. Ma non tutti i passaggi di colore sono all’insegna di questa tensione suburbana, tanto modernamente espressionista quanto elaborata nel modo: improvvisamente si palesano, fra il grigio e il rosso sangue, fra segni e rilievi, i bagliori arcani dell’applicazione della foglia d’oro che, pur se fittiziamente consunta dal tempo, conserva tutta la sua atipica eleganza.  Una fascia dorata dietro il/la protagonista oppure un girocollo dello spessore di una linea: quanto basta per illuminare l’immagine di luci inconsuete.

I volti che emergono da questi quadri sono davvero imperiosi e fanno pensare al passo di Ovidio (1 - 76-85) in cui si parla della creazione dell’uomo. “pronaque cum spectent animalia ... se gli altri animali contemplano a testa bassa la terra, la faccia dell’uomo l’ha sollevata, ordinò che vedesse il cielo, che fissasse, eretto, il firmamento.”

Ed è proprio vero che alcuni di questi volti ci guardano con fierezza, pur non svelando nulla o quasi del loro enigma, del mistero che ogni volto umano, per sua unicità, conserva. E un altro aspetto considerevole che emerge da questa riflessione - quasi un muto dialogo con questi nuovi “umani” - è che quasi tutti i volti non caucasici guardano di noi con piglio forte, quasi con sfida, nulla temendo dal gioco di scambio di sguardi. Un’umanità colorata da segni che confondono il tatuaggio con le ferite, trova la forza di non nascondersi, coglie il momento storico ed etico per palesarsi. È invece l’uomo occidentale che si nega: cela il proprio volto con le mani grazie a gesti che possono essere segni di profonda meditazione o di altrettanto profonda insicurezza. All’uomo europeo, che Mariani coglie in nudità desolate - indimenticabili le piccole macchie di colore apparentemente incongrue nei gruppi di nudi - o attraverso espressioni di intimo sconforto, vengono dedicati quadri di minori dimensioni e assai diversi dai precedenti per scelte cromatiche.

Il bianco e nero, in questi casi, indaga implacabilmente la condizione di quella parte di umanità che, in una dimensione fra Hopper e L. Freud, sente di aver perso la propria centralità e che vorrebbe mimetizzare, con un ultimo passo di danza o con un’ormani insicura e consunta posa da copertina, la propria desolazione.

Pierluigi Buda

dal catalogo della mostra TRANSITI

galleria Castello Visconteo Sforzesco – Galliate 2014


SMARRITI NEL PAESAGGIO URBANO 

Didi-Huberman, filosofo e storico dell'arte, parla di "immagini che toccano qualcosa poi qualcuno. Immagini per andare al cuore delle questioni: toccare per vedere o, al contrario, toccare per non vedere più, vedere per non toccare più o, al contrario, vedere per toccare". 

Stefano Mariani ricerca e modella la possibilità di senso delle sue opere, il loro "andare al cuore delle questioni" con un repertorio iconografico consolidato da oltre un decennio. 

Nel villaggio globale la memoria viene attualizzata e nello stesso tempo rinnegata dalla complessità dell'ambiente sociale, in cui pubblicità e lusinghe tecnologiche avvolgono gli individui in una rete invisibile ma Mariani propone numerose interpretazioni contemporanee, attraverso una molteplicità di tecniche accattivanti e intreccia differenti livelli di lettura: affronta il paesaggio non come genere artistico, ma come mezzo per la costruzione di un senso nuovo della percezione, conoscenza e descrizione di un luogo in cui l'uomo è al tempo stesso oggetto inscritto nella realtà e soggetto esterno e narrante; esamina la propensione umana ad appropriarsi dell'ambiente e ad identificarsi, con esso, dialogando  e scoprendo necessariamente anche i suoi angoli più drammatici e contraddittori, con uno sguardo appassionato e sofferto; mimetizza, clona, duplica, usa meticciati e maschere tribali, 

forgia personaggi ibridi di cui esibisce l'etnia, la sessualità ma non sempre l'identità (spesso l'artista ci nega i volti), azzera i canoni della bellezza dominante per offrire al suo pubblico un'esperienza al contempo estetica e di riflessione in tempi in cui parlare di immaginazione, poetica e suggestione dell'Arte sembra indiscutibilmente una provocazione. Ma abbiamo il dovere di immaginare un futuro e dobbiamo rimanere motivati: Mariani attraverso la sua Arte e la sua energia stimola le nostre facoltà immaginative, che potrebbero attenuarsi se non utilizzate e ci trascina nella forza del flusso vitale. 

Simonetta Simonetti 

dal catalogo della mostra TRANSITI

galleria Castello Visconteo Sforzesco – Galliate 2014


UMANI

Dopo essersi aggirato tra reperti di archeologia industriale e fabbriche vuote, dopo il viaggio tra complessi architettonici metafisicamente deserti, dopo l’attraversamento di periferie metropolitane high-tech ridondanti di riflessi vetro-acciaio, Stefano Mariani, superati i propri Limiti di Transito, si gira e scopre la presenza umana. Nei suoi dipinti, finora, l’artista aveva misurato lo spazio usando criticamente la prospettiva e aveva giocato abilmente con le luci ambigue sul piano del vetro. Il pittore sembrava voler indagare sui sistemi di rappresentazione, sui modi progettuali e tutto ciò che è struttura architettonica costruita o costruibile dall’uomo, mosso da una sorta di Neo Urbanesimo, aveva analizzato il contenitore ovvero lo spazio pensato e organizzato per sé dall’uomo. Benché in questa ricerca artistica l’uomo fosse il grande assente, di fatto, come artefice, il suo spirito aleggiava su tutte le forme come misura del suo pensiero; dunque era inevitabile, dopo il lungo periodo dedicato al ‘contenitore’,  che ci si occupasse del ‘contenuto’ in termini sia fisici, sia concettuali.

Nelle opere rivolte allo spazio urbano i diversi elementi architettonici convergono su un ipotetico piano del vetro, sovrapposto in trasparenza ai soggetti. Allo stesso modo nei visi e nei corpi “catturati” al di là del vetro le trasparenze alludono evidentemente agli sdoppiamenti dell’individuo perché lo spazio di riflessione dell’uomo è la coscienza. Mariani inizia un complesso gioco di velature e disvelamenti e come nel celebre Dialogo tra il viandante e la sua ombra di Nietzsche, affronta la relazione dinamica e talvolta drammatica tra la realtà delle apparenze esterne e la verità di tutte le percezioni interiori: così la rappresentazione del corpo si dà come maschera.

La maschera, con funzione cerimoniale e sociale, da sempre è associata all’idea di personaggio, dunque di sdoppiamento dell’individualità, non a caso l’etimologia della parola “persona” ci riporta alla maschera teatrale dei latini. La ricerca del pittore sulla persona si fa sottile quando s’infila negli stretti spazi degli sdoppiamenti interiori, dove la maschera può essere reale o virtuale, ponendo il problema di cosa stiamo vedendo, non basta l’attenta osservazione, serve una riflessione. Tale riflessione la troviamo nel gruppo di quadri caratterizzati da volti con la mano sugli occhi, molto interessanti e significativamente eseguiti in bianco e nero con una gestualità espressionista. Quale dramma potrà mai nascondere questa negazione della vista e degli occhi da sempre specchio dell’anima? 

Se il dramma è il profluvio d’immagini che ci sommerge e ci rende ciechi, per contrasto, il gesto di fermarsi e mettersi la mano sugli occhi assume un valore quasi etico, facciamo una pausa e ripartiamo dalla fisicità del corpo.

Valerio Vivian

dal catalogo della mostra UMANI

galleria Anita Venezia Mestre 2011


TRA LE PERIFERIE

Il percorso stilistico di Stefano Mariani, riconoscibile per l’inesausta volontà di indagine, sembra arrivare ora, con le opere recenti, ad un momento fondamentale della ricerca: il risolvere in un insieme armonico e coerente i caratteri tematici della modernità con quelli di una perizia tecnica che si direbbe artigianale. Queste opere si distinguono nel panorama artistico perché sanno coinvolgere l’osservatore chiedendo e suggerendo una lettura attenta, meditata su tempi estremamente personali, mai superficiale: così, sondando ogni singolo particolare senza perdere di vista l’insieme, ci si addentra in questi “paesaggi” riuscendo a capirne il fascino e i motivi.

L’aspetto delle immagini è di forte modernità: periferie urbane, viadotti, sottopassaggi, segnali stradali appena percettibili, metallo e vetro, clangori – perché, è vero: si osservino bene i quadri e si scoprirà che ci suggeriscono anche i suoni/rumori di questi luoghi. In ultima analisi le testimonianze di una civiltà industriale che è allo stesso tempo anonima – non ci sono infatti riferimenti precisi a luoghi o città note – e familiare perché in qualche modo fa parte del nostro vissuto e della nostra contemporaneità – e allora possono venire in mente, quali punti di riferimento, Berlino, la Milano industriale e i quadri di Sironi, Londra o i cantieri di Marghera. Tematiche già note, certamente, ma riproposte e aggiornate da uno sguardo indagatore che ce ne rivela altri aspetti: un bagliore, una sferzata di luce, un effetto di velocità grazie alle potenti, seppur leggerissime, sovrapposizioni di colore, ed ecco che questi “non luoghi” perdono la loro apparente calma metafisica per diventare attuali, ricchi di un degrado che ne rappresenta la vita e l’autenticità. 

Paesaggi non più silenziosi ma non per questo meno inquietanti. Anzi risultano, se possibile, ancor più carichi di tensioni eppur sempre attraenti. L’effetto del colore, ridotto quasi ad una bicromia che a ragione potrebbe essere definita di matrice espressionista – sicuramente da collegare ad un espressionismo filmico più che pittorico – non fa che confermare, se non addirittura accentuare, la sensazione di suoni soffocati, di energie compresse. Per far parlare in questo modo i suoi quadri,  Stefano Mariani ha sviluppato nel tempo e con costanza una tecnica che risulta affascinante  nel suo essere priva di edonismi e compiacimenti: nessun momento della produzione è meccanico, nessuna tecnologia viene applicata. Semplicemente gesto e colore amministrati in un modo difficilmente uguagliabile e in nome di un sincero amore per tutte le meticolose fasi del mestiere d’artista. Mariani è giunto al risultato poetico di queste immagini apparentemente sfuocate, come viste da un vetro o attraverso la pioggia, abbandonando progressivamente le campiture piene che caratterizzavano la sua produzione precedente, per elaborare una tecnica originale e complessa che risulta estremamente suggestiva ed eloquente per l’osservatore. La verità e l’attualità di quest’arte sono racchiuse in tutto ciò: nella simbiosi fra tecnica e tema, nella relazione inscindibile fra ciò che è noto e ciò che ancora è misterioso in un dato pur sempre oggettivo. Nell’unicità di saper osservare con la lentezza dello sguardo interiore i fuggevoli bagliori di una realtà altrimenti destinata a restare anonima.  

Pierluigi Buda

dal catalogo della mostra Limiti di transito

Villa Nazionale Pisani – Strà 1996


LA FABBRICA E LA FANTASIA

Se nell’iconografia ottocentesca l’immagine della fabbrica insiste sull’imponenza, pare voler “rubare” qualcosa la monumento, è il Futurismo e poi l’Espressionismo a far irrompere la fabbrica come elemento potente dell’immaginario artistico moderno, Della fabbrica il Futurismo esalta l’aspetto dinamico, innovatore, attribuendo a tutto quanto concerne il mondo industriale un valore “progressista”; l’Espressionismo, di contro ,getta in faccia alla società contemporanea l’aspetto separante del ghetto industriale, la fabbrica come luogo dell’alienazione (si pensi a “Metropolis”, ch è cinema sì, ma un cinema che deve tutto alla pittura); Stefano Mariani situa la fabbrica in un contesto senza storia e senza tempo in cui l’uomo non abita se non come presenza beffarda. E beffarde suonano alcune citazioni che abitano i quadri di Mariani (il “bacio dell’Hayez” inserito  nell’estraneità fredda del capannone industriale, gli amorini rinascimentali aggrappati ai tubi innocenti). E altre invece paiono  sentimentali rivendicazioni dell’umano che vince: gli uomini rappresentati dal Mariani come numeri di una sequenza seriale, hanno un contrappunto separato ma presente nella citazione dell’angelo annunziante la speranza – o meno esplicitamente – nella rivendicazione della fantasia richiamata dalle decorazioni della tradizione rinascimentale.

Pittura austera, severa nella linearità del disegno architettonico nel cromatismo delle tinte, ma non monotona. Una pittura che controlla, ma non rinuncia agli scatti della fantasia che procede come un discorso logico avvalendosi però di varie tonalità lasciando aperte molte possibilità alla curiosità e all’intelligenza del pubblico.

Floriana Dal Corso

dal catalogo della mostra

galleria Sala Disco Verde - Udine 1995


ARCHITETTURA DEL SUBLIME

Gli studi di architettura, le successive esperienze nel campo dell’arredo urbano, della grafica pubblicitaria e dell’allestimento espositivo hanno condotto Stefano Mariani alle prime concrete esperienze pittoriche negli Anni ’80, poi maturate nel lavoro attuale lungo un percorso che potremmo intitolare architettura del sublime.

La sua personale alla galleria Artespazio di Udine mette in luce una costante: la fabbrica quasi archetipo della forma urbis, estremo emblema dell’età moderna, con un esplicito recupero del periodo protoindustriale rivisitato come una sorte di reliquia, di reperto archeologico.

È la gravitazione fisica della macchina, delle architetture dalla spazialità definita e minacciosa – che adombrano luoghi inesplorati e bui – a sottintendere il dualismo conscio-inconscio, razionale-onirico, poi risolto nella simbiosi terrore-fascino.

Ecco allora il significato delle sezioni che si sviluppano spesso nella parte inferiore dei dipinti, dove assistiamo a una messa allo scoperto dell’interiorità: non un dentro dello spazio fisico sopra rappresentato, ma dell’intima essenza umana, del nostro essere e sentire al di là di ogni oggettivo riferimento esterno.

Da un lato il tunnel, il sotterraneo inteso come protezione rasserenante; dall’altro la ciminiera, il pilastro a simboleggiare quei  limiti di transito che titolano tutte le opere di Mariani,a indicare la non accessibilità di un luogo, fisico e mentale.

Le architetture deserte, abbandonate al proprio passato e mai più rivisitate, si elevano a emblema di un luogo mentale, sondato attraverso una chiave di lettura che suggerisce la regressione all’archetipo del grembo materno.

Qui gli umanoidi non sono più mere silhouettes: hanno recuperato le valenze fisico-sessuali – pur eludendo l’intento di una rappresentazione sensuale – per liberarsi da ogni copertura di derivazione moraleggiante.

Sabrina Zannier

dal catalogo della mostra

galleria Artespazio - Udine 1995


LE FRONTIERE DI STEFANO MARIANI

Forse proprio la vena del sublime, della sua “eccedenza” nel suo essere abnorme, non commensurabile con l’attualità vissuta dell’esperienza precorre sottilmente la pittura di Stefano mariani, architetto vincitore del premio Porti di Magnin dello scorso anno, che all’Isola di San Rocco alle Ripe espone in occasione della XXVII edizione de “I Porti di Magnin”, i suoi lavori più recenti sempre intitolati “Limiti di Transito”.

È Mariani stesso nel periodico di Arti figurative “ Porti di Magnin” a condurci sul terreno dal quale prende il via il mio discorso. Ed è sempre Mariani a chiamare “Reliquie Urbane” le sue fabbriche insieme ad altre strutture che hanno definito la città come tale. Per Lewis Mumford infatti la trasformazione del villaggio in città non fu soltanto un mutamento di dimensioni e proporzioni (…) ma soprattutto n mutamento di direzione e di scopi.

È evidente che la”fabbrica” come insediamento industriale riassume direzioni e scopi di un’epoca che storicamente si configura con una  sua ben precisa tipologia di intenti. Ma è ancora Mariani a scegliere Musil de “L’uomo senza qualità”, libro-città per eccellenza per l’intrico delle tematiche pubbliche e private e delle loro implosive contraddizioni (si pensi anche soltanto a quella, per me, memorabile pagina 845 nell’edizione Einaudi del 1965, sulle collisioni ottiche nella città, per rimanere su temi architettonici). Di Musil dunque Mariani ci propone una pagina in cui l’autore delinea la città come luogo di presenze e di cesure (punti di silenzio abissali), di attriti, ribollimenti, ritmi ossessivi o scoordinati.

La puttura di Mariani conosce l’abisso del silenzio e lo lascia intatto, ma non rinuncia nei suoi confronti a operare interventi che fanno immediatamente reagire per l’osservatore, la spettralità di questo silenzio, Quasi con amabilità, di sicuro con tatto e arguzia nutrita di pensiero e sensibilità storica, all’interno di questi silenzi subentrati al fervore rumoroso delle macchine, il pittore con un solo elemento o con intere sequenze di figurine anima la composizione trasponendo il discorso su un piano che non ha nulla di celebrativo, ma che inserisce nella continuità del tempo, della storia, una realtà che, insieme ad altre, ha fatto la storia. Anzi all a”fabbrica” Mariani sottoscrive massime latine, appone citazioni dotte, degli antecedenti insomma dell’era industriale o dei simboli religiosi come l’Annunciazione o profani. Il filo a piombo è ancora presente così come l’uovo e l’orologio che si spiegano da soli e che ad esso stanno appesi.

In questa continuità, in questa transumanza (spesso insensata e affannata: transhumance si legge in un’opera) contrapposta alla rigida mole silenziosa dell’edificio industriale si possono leggere tanto la forza degli eventi che quella dei limiti ai medesimi.

Ma i limiti -  ed è qui che la pittura di Mariani lancia la sfida – suscitano lo sgomento del sublime quando non si possono cogliere così come rassicurano se la ragione suggerisce di non valicarli. La città con il suo passato e il suo presente è uno dei banchi di prova di queste possibilità. Tra Necropoli e Utopia (è ancora Mumford a parlare) la gamma delle possibilità è ancora ampia.

Con questa mostra per la quale Mariani è tornato con la sua personalissima tavolozza e con la su acultura, l’Isola di san Rocco propone un momento artistico e culturale senza dubbio di grande rilevanza.

Adelna Rodolico Gariglio

in l’Unione Monregalese settembre 1994

in occasione della mostra galleria Isola di San Rocco alle Ripe – Mondovì 1994


RELIQUIE URBANE

Lungo la simbolica frontiera tra il centro antico e le aree periferiche suburbane si presentano luoghi densi di testimonianze del Moderno e al contempo di architettura del passato. L’impronta della cinta muraria, la torre piezometrica dell’acquedotto, gli edifici industriali e proto razionali, le infrastrutture civili, quali la ferrova e le rampe stradali che si elevano dal terreno prima di scomparire nel groviglio urbano, si rivelano come soggetti di un ritratto di gruppo in un esterno appartenenti oramai alla più intima storia architettonica della città.

In essi è rappresentato un ideale colloquio, un racconto carico di significati. Ma anche di silenzio, un silenzio ammonitore, quasi implorante , a testimoniare un paesaggio, una inesorabile mutazione-sostituzione epocale che cancella dalla vita una e più civiltà, consegnandole alla storia come fossili a un museo.

Questi paesaggi muti, come conflitti tra il vecchio e il nuovo, in una lotta di natura tragica contro il tempo e le forme sono alla base della mia attività pittorica.

Le architetture assumono un ordine nuovo che le scompagina dall’abituale topografia e sono riunite in una “figura” ideale, immaginaria e consegnate a una coscienza civile indignata dalla disperata solitudine e dala spettrale oggettualità cui le condanna l’odierna frantumazione del paesaggio urbano.

È in questo continuo processo di metamorfosi che l’architettura, oltre il sipario dello sguardo diviene inquietante presenza come la natura descritta con accanito stupore da Caspar David Friedrich, Gèrard Biard e William Turner. Così come nelle autopsie di ruderi, nelle babeli piranesiane questi luoghi, consuetamente esclusi ed evitati dallo sguardo, fatti di rovine segrete e inaccessibili sicchè mai fino in fondo esplorate, esaltano la bellezza della decadenza e trovano una legittimazione nello sgomento e nel terrore che suscitano. Terrore e sgomento che fanno parte della nostra esperienza estetica e che si mescolano al piacere che consuetamente si prova di fronte alla bellezza. Allo stesso modo dello sconfinato, dello spettacolo naturale dei ghiacciai, dell’orizzonte del mare, dell’immensità di ciò ch eci circonda di cui non possiamo coglierne il limite e per questo ci atterrisce e ci attrae, sconfinando nell’eccedenza del sublime che non può esserci dunque completamente estraneo perché ci permette di percepire dentro l’illimitato e l’incommensurabile.

S.M.

dal catalogo Porti di Magnin periodico di arti figurative

Mondovì 1994


LIMITI DI TRANSITO ALLA CIVICA DI THIENE

La Galleria civica d’Arte Moderna di Thiene ospita fino al 28 novembre la mostra Limiti di Transito di Stefano Mariani, architetto graphic designer e titolare della cattedra di Discipline geometriche e architettoniche presso l’istituto Statale d’Arte di Venezia. Mariani è da anni impegnato nel campo della comunicazione visiva ed è già presente in numerose personali e mostre collettive.

Mariani conduce la sua ricerca pittorica dal 1980 ed espone dal 1991 quando ha preso coscienza del fatto che il messaggio di cui era alla ricerca non era più limitato e risolto in un semplice dialogo tra il pittore e la superficie dell’opera – quale una sorta di autoverifica del pensiero -  ma fosse per così dire rivolto alla collettività, quindi universale.

Mariani si esprime attraverso il linguaggio dell’architettura dipinta, assunta legittimamente come grammatica e come sintassi del discorso figurato che conduce. L’architettura è un’espressione umana in cui il tentativo di antropomorfizzare ogni elemento è evidente forse più che in altri ambiti. L’uomo assegna alle cose esistenti, ogni volta che è possibile, la sua forma metaforica, metafisica o ideale. Si fa quindi esprimere  dall’architettura perché tutti gli elementi che la compongono sono finalizzati alle esigenze umane e l’architettura dell’abitazione, in particolare, riveste motivazioni del profondo riferibili all’archetipo materno.

Mariani predilige nella raffigurazione gli ambiti industriali dismessi e abbandonati, le strutture oggi definite dell’archeologia industriale. La fabbrica quale cardine della forma urbis attuale può essere vista come un emblema superstite dell’era industriale, di una civiltà metropolitana compiaciutamente avanzata in termini progressisti e culturali. Ma anche l’incontro e la sovrapposizione di una serie di stratificazioni storiche ove più che mai è viva la presenza del passato. Questi luoghi sono dunque atemporali, vuoti e silenziosi poiché la storia è transitata lasciando una presenza. E ciò accade anche dentro di noi: nel transito della nostra vita tutto si deposita nella nostra memoria e nel passaggio incontriamo le testimonianze che ci interrogano ancora prima di avere il tempo di formulare domande.                    

da Pagina dell’Arte, Il Giornale di Vicenza

Vicenza, novembre 1993


LIMITI DI TRANSITO

La fabbrica quale archetipo della forma urbis attuale è il superstite emblema dell’era industriale. È lo spazio che più rivela i passaggio e i conflitti di una città metropolitana avanzata in termini progressisti e culturali.

La fabbrica, le aree di produzione, di aggregazione, i confini e le gronde periferiche sono i luoghi che definiscono un paesaggio visto come momento di incontro-scontro tra natura e cultura. Un tempo luoghi della costruzione e della produzione, della continua trasformazione, dell’interagire tra passato e presente dove l’uomo solidarizzava con il mondo di pietra e della macchina fino a identificarsi con esso è oggi solo memoria.

Una memoria atta a rivelare un messaggio archeologico atemporale, l’immagine manifesta di un transito rituale del sapere, del potere, del sacrificio.

Ma ogni transito rivela la presenza incombente dell’assenza: di ciò che non è più. E questi luoghi un tempo di lavoro, sono oggi luoghi del silenzio, dell’abbandono, dello sgomento. Del ritorno del rimosso. Sono luoghi visivamente scanditi da schiette geometrie euclidee ottenute attraverso simmetrie delle parti. Euritmie e compensazioni della specularità oppure per mezzo dell’elemento iterato sul primcipio del multiplo come un segno, come un suono ripetuto con l’intento di produrre percezioni più ampie e provocare effetti differenti dall’unico.

Tali regole geometriche sopravvivono ancora, rintracciabili nell’impianto originario  degli edifici, pur sopraffatte da una situazione urbana vista spesso come segno dell’indistinto e dell’informe. Esse reinventano un neoromantico rifugio  dalla troppo umana città: inquietudine, alienazione, trasfigurazione di una visione tinta di moderno sublime.

Se si considera che la rappresentazione metaforica dell’uomo e del paesaggio avviene attraverso il linguaggio dell’architettura si potrebbe pensare di adoperare questo linguaggio per esprimere idee semplici ma anche complesse, ambigue, poetiche e che varcano i confini dell’architettura stessa. Tale linguaggio è influenzato da mutevoli e molteplici  caratteri derivati da precise esigenze fisiche, da necessità pragmatiche, da stratificazioni storiche e da fonti simboliche.

Tutto ciò confluisce nella definizione e strutturazione di elementi essenziali quali pareti, porte, finestre, piani, soffitti, pilastri, che pur essendo attinenti la pratica e la cultura architettonica, vengono metaforicamente usati anche in altri ambiti disciplinari. Le qualità figurative di questi elementi e ciò che esse caratterizzano derivano dall’assunzione della figura umana rapportata da essi.

Benchè siano questi elementi fisicamente e concretamente definiti comunicano, attraverso l’accostamento spaziale-cronologico il nesso, la sostanza e le direzioni della realtà espressiva ed artistica, ma anche sociale, psicologica ed antropologico-culturale.

L’assemblaggio di tali elementi crea luoghi, definisce spazi e contesti urbani di transito quotidiano: scenari della memoria collettiva, territori di psicologia dell’ambiente.

S.M.

dal catalogo dall’inferno al cielo, le ciminiere nel profilo di una città industriale

AEM Torino1993


LA CATTURA DEL TEMPO INDUSTRIALE

All’Isola di San Rocco al ponte delle Ripe è in corso in questi giorni l’esposizione di opere pittoriche di Stefano Mariani. Una trentina di opere senza alcun dubbio sovra determinate nella loro tematica che può essere letta come un tentativo di catturare il tempo per studiarlo  “in vitro” grazie a spaccati e prospettive ardite e attraverso una simbologia inquietante che si avvale di immagini le quali giustappongono opifici, fabbriche, ciminiere, locomotive, carpenterie metalliche dell’età industriale a citazioni provocatorie della pittura del passato anche se il passato introdotto come elemento dialettico nel mondo industriale spiega soltanto in parte quella che ho definito cattura del tempo. Perché in queste opere si raccolgono dati di tale qualità e natura che dilatano subito il senso delle immagini così che le fabbriche, con le loro articolazioni, da crogiuoli di produzione si trasformano, nonostante i fumi neri che emettono, quasi in foreste pietrificate in cui il silenzio cola e ristagna pesantemente; l avita brulica sotterranea, ma in superficie non lascia segni manifesti.

Soltanto la perfezione dell’uovo tra le dita di una mano o la forma ovale sospesa su di un frontone( anche Piero della Francesca nella Pala d Brera sospende un uovo sul capo della Madonna) riporta inaspettatamente, quasi con un felice lapsus, il discorso a ciò che ha sotteso, all’origine cioè del transito.

Al di là della razionalità e dei princìpi architettonici, degli impianti e degli edifici, al di là della fabbrica-cattedrale, degli archi a tutto tondo, delle vetrate, dei tralicci calligrafici, nel sottosuolo c’è la danza della vita e della morte; nei cieli alti un’alternanza di intenerimenti di colore e di cupe coltri minacciose. Il tempo, quello collettivo e quello personale,diventa in queste opere una funzione dello spazio che lo imprigiona e amministra imbalsamando il sogno o iterandone la morfologia.

Uno spazio abitato da un’epoca storicamente definitiva, ma che da soluzioni angosciose e angoscianti ch e a volte fanno pensare  a Piranesi e da inserti che sembrano rendere incerta la collocazione storica, estraniarla dal tempo cronologico.

Adelina Rodolico Gariglio

in Unione Monregalese ottobre 1992

in occasione della mostra galleria Isola di San Rocco alle Ripe – Mondovì 1992


I TRANSITI

Il disegno, il colore l’introspezione sono tre piani di lettura delle opere di Stefano Mariani esposte in San Rocco alle Ripe. Novarese di nascita, ma veneziano di studi e di cultura ha tratto dalle due patrie i motivi, rigorosamente fondamentali della sua pittura.

L’ordinata trama del suo disegno non è una tela di ragno che ingabbia, limita e frena il pensiero, ma è invece il complementare sostegno al colore. Un colore che non è semplice e scolastica campitura degli spazi liberi, ma che dal disegno nasce e si espande in tutta le dimensione dello spazio-quadro e sembra quasi voler andare al di là del limite cui lo costringe la cornice. Un disegno severe, preciso, puntuale e ben definito che richiama la severità delle architetture novaresi, dalla cattedrale ai grossi opifici, alle grandi case coloniche di quella terra, ma che lascia liberi di pensare, di sognare.

Perché il pensiero è colore ed il colore di Mariani è raffinato e squillante sia pure nei suoi toni non violenti, ma un po’ inquietanti e trae la sua matrice dalle case della laguna veneta. Il colore nell’architettura di Venezia è compimento di essa, ne è la forma portante; in Venezia le case, le architetture sono costruite dal colore che è parte essenziale della laguna, delle sue acque, dei suoi cieli e dal disegno dei suoi campanili che misurano e dipingono l’orizzonte. La tonalità chiara delle pietre dei campi veneziani, la corrosione salmastra del facciate delle case, il rossastro dei ferri arrugginiti costruiscono un’affascinante architettura di segni, di piani e di luminosità difficilmente ripetibile e di grande fascino e suggestione. Guardando i quadri di Mariani è inevitabile un richiamo a Francesco Guardi e a Giovanni Antonio Canal, ma certe tonalità, certe trasparenze, certe fissità sono della grande pittura toscana. Tuttavia per il Canaletto vi è una quasi ossessionante ricerca per riprodurre la scena e la realtà architettonica, per Mariani l’architettura è un filtro per staccarsi dal reale verso un’espansione metafisica degli spazi e della visione.

Piero della Francesca è un altro riferimento che Mariani sente indubbiamente molto vicino a sé in modo preciso quasi da miniaturista nelle sue componenti di case, colone, strutture, ma la tessitura dello spazio non è fine a sé stessa, è una trama di partenza, quasi la base su cui stendere pennellate di colore per allargare il momento del pensiero, per dargli quella luce, quella risonanza che lo farà andare al di là degli involucri.

Il tratto del disegno è graffiante quasi a sottolineare una rigidità di vuoto (non ci sono quasi mai figure nella parte coloristica dei quadri di Mariani) che attenua o perde questo suo rigore con la luminosità delle tinte.

Il colore è quasi una speranza a elevarsi, a sciogliere quei grumi di sentimenti che sono raggruppati in una fissa tessitura di immagini e di persone nella parte inferiore dei dipinti.

È questa la parte introspettiva, psicoanalitica, un ventre materno nel quale nascere, maturare e liberarsi dai vincoli grafico-architettonici e trovare su in alto il respiro ampio della luce. Ricerca del proprio essere, uno specchio dell’io, un’analisi del desideri, un dialogo muto che desidera in colloquio ma che non vuole confrontarsi con gli altri ma si imprigiona in questo labirinto di voglia di libertà che un chiusino di nebbia, di inerzia, ricaccia nei meandri.

Limiti di transito per sottolineare che la vita è un continuo passaggio, una continua e costante ricerca di una radice cui magari legarsi ma dalla quale anche affrancare la propria esistenza.

Marco Franceschetti

dal catalogo della mostra  Reliquie urbane

galleria Isola di San Rocco alle Ripe – Mondovì 1992


IL MONDO FUTURO

La vasta formazione di Stefano Mariani traspare dalle opere presenti alla galleria Hovara Arte in corso in questi giorni. Le opere risentono notevolmente degli studi grafici ed architettonici. L’impostazione rigorosamente geometrica e prospettica è perfetta; curati i più piccoli particolari. Emerge come tematica prediletta la moderna società industrializzata con le imponenti e desolate fabbriche; le alte ciminiere che diffondono nell’aria nero fumo; i binari ferroviari e i treni forse affollati di pendolari che si recano al lavoro. Possiamo anche vedere come si svolge la vita sotterranea delle grandi città attraverso sezioni verticali che lasciano intravvedere metropolitane che si avvicendano su piani orizzontali posti a diversi livelli di profondità. Qui compaiono talvolta all’improvviso minuscole figure umane quasi danzanti. Compaiono inoltre scritte esplicative in inglese, latino, greco e tedesco atte a trasmettere al pubblico di ogni nazionalità messaggi universali. È possibile individuare altre curiose peculiarità: un uovo ora posto al centro della composizione pittorica, ora in un riquadro a lato a simboleggiare la vita e la speranza di un miglioramento causato dalla rinascita. Può sembrare un’utopia dal momento che, sebbene da più parti provengano ammonimenti e talvolta buoni propositi, nella realtà nulla è cambiato e ci si domanda se mai cambierà. Ed infine un orologio, a scandire l’inesorabile scorrere del tempo. Un tempo che a prima vista pare fermo, cristallizzato ma ad un’analisi attenta l’osservatore percepisce che il tempo non si può fermare. È un tacito invito quello di Mariani a “fermarci”, se siamo in grado di farlo e di cambiare direzione.

Paola Masetta

in Corriere di Torino aprile 1992

in occasione della mostra Limiti di transito Chiostro dello Juvarra, galleria Hovara Arte – Torino